Sono già in piedi alle 6,30, nella stanza non si resiste.
Esco nel parcheggio e mi siedo a respirare un po’ d’aria pulita. Ancora non fa caldissimo. Il meccanico arriva alle 7,30 e si sdraia subito sotto il furgone. E’ un ragazzo di forse vent’anni ed ha a seguito una sacca di juta con degli attrezzi. Esce fuori dal paraurti con la testa e ci dice che la riparazione è fattibile e che non ci vorrà molto tempo. Non ci sembra vero. Ci chiede se abbiamo un crick, ed io rispondo che forse è meglio andare nella sua officina. Lui annuisce e dopo aver rabboccato 4 kg d’olio, il motore era rimasto asciutto, sale in cabina e ci fa strada. Approfittiamo però di questo stop per tirare giù dal furgone tutti i bagagli per ripulirli dalla sabbia mentre un altro paio di persone si occuperanno di portare le moto al lavaggio e di pulire tutti i filtri aria del motore.
Il meccanico ci porta in una strada di campagna, ci sono solo delle piccole botteghe ai lati della strada. Poi mi fa fermare in un campo con delle macchine abbandonate: siamo arrivati mi dice, io lavoro qui. Rimanere stupiti è il minimo: in una delle auto sfasciate prende la sua tuta da meccanico, altri ferri ed inizia il lavoro. Come aiutanti a 4 o 5 ragazzini di forse 10 anni che gli passano i ferri e tutto il necessario. Mai vista una cosa simile. Mi guardo bene intorno e mi accorgo che quella è una enorme officina all’aperto. Con lo stesso sistema li lavora il carrozziere, il saldatore, il gommista ed abbiamo dalla parte opposta della strada anche un lavaggio!
Dopo un po’ esce fuori da sotto il mezzo con in mano il supporto del motore destro completamente fracassato e con una tranquillità estrema dice che non è un problema, si ripara. Poi smonta la coppa dell’olio danneggiata e la passa per la saldatura al suo collega della “macchina a fianco”. Sembra tutto surreale ma non avendo alternativa attendo con serenità l’esito. Passato un paio d’ore ed il meccanico torna con il supporto saldato. Tiene? Chiedo. Sicuro, risponde, guarda che lavoro che ho fatto fare. Non ne capisco molto di saldature ed annuisco con la testa. Rimonta tutto, coppa e supporto e il motore torna al suo posto. Reggerà? La domanda neanche me la pongo.
Visto che ci siamo facciamo dare una lavata completa all’Iveco che torna come nuovo. Dimenticavo di dire che il motore dell’Iveco da qualche giorno non ha una corretta mandata di gasolio, speriamo bene. Poi c’è la chicca della giornata: un carrozziere, di un “altra macchina” a fianco, ci rimette in ordine le maniglie bloccate e ripara, non so come, la maniglia del portellone laterale che Giose aveva strappato dalla sua sede.
Ci ricordiamo di cambiare anche il filtro della nafta ed il meccanico con un movimento maldestro strappa il connettore che segnala l’acqua nel serbatoio. Speriamo non debba mai servire. Già avevamo perso il regolatore del filtro dell’aria…sta rimanendo in funzione solo l’essenziale.
Torniamo in hotel, è tutto pronto, ricarichiamo tutti i bagagli sul cassone e con le dita incrociate ci mettiamo in marcia, destinazione Garoua. Prima però prendo contatto con l’assistenza Strappini per farmi inviare a Niamey, attraverso Maurizio che li ci raggiungerà, i ricambi originali necessari.
Usciamo dalla città, ma percorsi 50 km, via radio Gianmario mi informa che ha perso il controllo del cambio, l’Iveco è solo con la 5 marcia. Ci crolla il mondo addosso.
Ci parcheggiamo nei pressi di un piccolo villaggio, in una piazzola di sosta e cerchiamo di capire. Il leveraggio va a vuoto ma i capi del cavo cambio sono nella loro sede, cosa sarà successo?
La Subaru torna subito in città a cercare un meccanico, ma sta facendo sera, nulla di buono si preannuncia.
Oramai è buio, la Subaru non torna e per pura cortesia decidiamo di chiedere al capo villaggio la possibilità di accamparsi per la notte. Prima della partenza ci è stato raccomandato più volte di non viaggiare col buio, noi invece dormiamo all’addiaccio. Coraggiosi.
Passano i minuti, le ore. Ad un certo punto si fermano due autotreni e ne scendono persone armati con mitragliatori. Mi si gela il sangue. Vengono a chiedere chi siamo e se abbiamo bisogno di qualcosa, ma hanno un modo di fare molto deciso, forse troppo. Uno di loro, con una tuta blu, lascia il mitra e si butta sotto l’Iveco, l’altro entra in cabina e comincia a muovere il cambio. Noi li a guardarli. Solo dopo un bel po’ riesco a capire che sono dei militari della motorizzazione che stanno curando un trasporto di automezzi militari.
In poco tempo smontano il cavo del cambio che è tranciato a metà. Trovato il guasto. I militari ci rassicurano anche sulla pericolosità della zona dove ci troviamo e ci sconsigliano di proseguire la marcia.
Cominciamo a mangiare qualcosa, Giuseppina improvvisa tonno e fagioli ed attendiamo sempre il ritorno della Subaru.
Il telefono satellitare mi permette di comunicare con i meccanici Iveco che però mi informano che senza il ricambio specifico sarà difficile poter continuare.
Arriva la Subaru con un meccanico che subito si mette al lavoro, ma dal suo modo di fare e dalla difficoltà con cui porta avanti il lavoro non lascia ben sperare.
Si avvicinano dei ragazzi del villaggio e ci chiedono da mangiare. Noi gli diamo biscotti, marmellata ed altre piccole cose. Iniziamo a montare le tende, a stringere le moto intorno al “campo” ed io e Casimiro ci accorgiamo che le nostre giacche Revi’T, che erano proprio poggiate sulle moto, sono scomparse. Mi prende un colpo. Nella mia vi era il Thuraya e macchina fotografica, ma è il satellitare la cosa che più mi preoccupa. Sono disperato, cosa faccio ora? Con l’aiuto del meccanico che comprende il nostro stato di agitazione andiamo a parlare con il capo villaggio che ci promette di fare possibile per la restituzione.
Sono le 23.00. Il lavoro sul furgone è terminato. Ci prepariamo ad affrontare la notte, ma il pensiero del furto subito e le conseguenze mi danno uno stato di agitazione molto intenso. Decido di dormire nella cabina Iveco.
Decibello suggerisce di proporre il famoso “cavallo di ritorno” al capo villaggio per rientrare in possesso delle giacche, provare non costa nulla. Arriva il capo villaggio che ci aggiorna sulla situazione. Si, ci dice, l’hanno presa alcuni ragazzi, ma ora vogliono dei soldi. Nessun problema rispondo, siamo disposti.
Mi rimetto in cabina, ma prendere sonno è impossibile. Vedo delle luci avvicinarsi, scendo subito dal furgone: è di nuovo il capo villaggio, il meccanico ed due adolescenti con in mano una delle nostre giacche. Non mi sembra vero, la prendo, la indosso, è la mia e c’è pure il Thuraya, ma manca la mia macchina fotografica. Ringrazio il capo villaggio e gli dico che se porta anche il resto avrà un bel regalo. Lui annuisce e scompare di nuovo tra le capanne.
Risalgo sul mezzo, ora sono più sollevato, non tanto per la giacca quanto per il satellitare. Passa un'altra ora ed ecco tornare le stesse persone con la seconda giacca, quella di Casimiro. Incredibile la potenza del capo villaggio. Controllo le tasche e la macchina fotografica di Casimiro c’è. Do 10.000 franchi al ragazzo che la portava in mano e ne prometto altrettanti se mi porta anche la seconda macchina. Di nuovo scompaiono tutti tra le capanne. Da lontano vedo dei movimenti frenetici nel villaggio, persone con torce che vanno da una capanna all’altra. Passa un'altra ora, è l’una e trenta del mattino quando tornano di nuovo con la mia Sony. Questa non è fortuna, di più. Come promesso do’ altri 10.000 franchi allo stesso ragazzo e posso tornare a cercare di dormire.