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19 marzo 2009 PDF Stampa E-mail
Alle sei siamo tutti pronti a partire. Facciamo i debiti scongiuri e prendiamo la strada a nord verso Maroua per la seconda volta. A quest’ora il traffico è scarso ed in poco tempo percorriamo quasi 200 km. Siamo a 40 km dalla città che il furgone si ferma per rifornire le due Honda che hanno una autonomia limitata rispetto alle BMW. Nell’operazione però Casimiro si confonde e fa’ il pieno alle moto con la latta del gasolio. Era troppo bello. Filava tutto troppo liscio.
Svuotare i serbatoi ci fa perdere una ora, preziosa per l’intenzione che abbiamo di entrare in Nigeria ed arrivare a Maiduguri.
Riprendiamo a correre, la strada è però sempre meno confortevole, con buche molto grandi e fondo sconnesso.
A Maroua facciamo una breve sosta per il rifornimento benzina ed acqua e mangiare qualcosa.
Mora è a 60 km circa, il furgone tiene, vuoi vedere che ce la facciamo???
Ecco Mora, ecco il posto di blocco. Due poliziotti ci accolgono con un gran sorriso e ci informano che eravamo attesi ieri, per noi era stato organizzato un gran banchetto. Ci scusiamo e raccontiamo della serie di guasti in cui ci siamo imbattuti. Ci chiede di seguirlo, oggi c’è solo il capo della polizia locale ed un altro responsabile del ministero che comunque vogliono salutarci. Siamo in ritardo ma non possiamo e non vogliamo sottrarci a questo cordiale invito.
Qui a Mora il caldo è allucinante. Il termometro della moto segna 48°, e sudiamo in modo incredibile. Nell’ufficio dove ci riuniamo con le due autorità non c’è un filo d’aria.
Il capo della polizia ci chiede qualcosa in più sulla nostra Associazione e come fare per partecipare. Ci chiede della criminalità in Italia e della collaborazione tra i nostri due paesi.
La conversazione dura poco più di mezz’ora dopodiché siamo tutti invitati al bar del paese, forse l’unico, per un aperitivo. Salire sulle moto è quasi impossibile. I gradi ora sono 50° e non si possono toccare ne la sella ne le leve.
Beviamo più di due litri d’acqua a testa, mangiamo del sesamo con delle uova sode e risaliamo in sella, questa volta scortati, verso Banki, villaggio al confine con la Nigeria. Sono 30 km circa di strada sterrata non proprio bellissima. Il furgone arranca tra le buche con un caldo torrido. Il paesaggio è desertico, si vedono alcuni dromedari e non posso non fermarmi a bere più volte. Nella gola sento solo la sabbia ed una arsura continua.
Arriviamo al villaggio, un posto irreale. Vie e viuzze con bancarelle e piccoli negozi. Un gran casino ovunque e centinaia di bambini che chiedono l’elemosina scalzi ed in condizioni pietose. Sabbia e polvere ovunque e le nostre tute, appena lavate, sono di nuovo marroni…
Entriamo negli uffici camerunesi per le formalità di uscita. Ci fanno accomodare in una sala piccola, ma lontano dalle grida e dalla confusione che regna all’esterno. Ci offrono da bere e si inizia a parlare di un po’ di tutto. Poi un poliziotto, lo stesso che ci aveva fermato al posto di blocco a Mora, mi chiede se per caso avevo un paio di scarpe da regalare. Un paio di scarpe. Istintivamente guardo le sue, sono completamente sfondate. La cosa mi colpisce molto perché non mi ha chiesto soldi o cibo, ma un paio di scarpe. Gli chiedo che numero ha, 44 risponde, ok, se trovo i miei stivali di riserva Alpinestar te li regalo, gli dico senza pensarci un attimo. Fatico un bel po’ con Gianmario per trovare gli stivali all’interno del cassone, ma alla fine saltano fuori. Degli Alpinestar seminuovi, lui li prende, li guarda, si mette un attimo sull’attenti e mi dice che qui in Cameroon avrò un amico per tutta la vita. E probabilmente sarà così.
Timbrano i carnet ed i nostri passaporti e ci accompagnano dai nigeriani per le medesime formalità. Qui però la cosa è un poco più complessa. Ci registrano più volte su dei quaderni, uno alla volta ci fanno entrare in un altro ufficio, e poi i carnet, insomma quasi tre ore.
Nel frattempo ci portano dal capo del servizio che ci consiglia di prendere un loro poliziotto a bordo con noi per essere tranquilli fino a Maiduguri. Noi accettiamo ben volentieri, l’atmosfera non sembra troppo pacifica.
Finalmente ci riconsegnano tutti i documenti e possiamo partire. Il poliziotto, disarmato e con le scarpe di vernice nera, sale sull’Iveco e fa strada. Una strada terribile, talmente piena di buche che è meglio percorrere uno sterrato laterale. Per Maiduguri sono circa 200 km. Ad un tratto l’asfalto migliora ed entriamo nel caos totale della città. La Nigeria è il paese più popoloso dell’Africa, con quasi 140 milioni di abitanti censiti, ma sicuramente sono 100 milioni in più, e ciò vuol dire che un africano su 5 è nigeriano.
C’è una polvere nell’aria che non ti fa vedere un accidente ed uno smog che ti toglie il respiro. Una rotonda dopo l’altra e ci dirigiamo verso l’International Hotel quando all’improvviso veniamo fermati da tre fuoristrada della polizia con a bordo 7 uomini ognuna. Cominciano a strillare verso di noi non so cosa, e soltanto quando si fermano e scendono dai mezzi, super armati, capiamo che è la scorta che ci dovrà accompagnare in albergo. Avere una scorta così non ti fa’ stare più tranquillo, significa che qualche problema di sicurezza esiste. Infatti lo abbiamo notato sulla strada, numerosi sono i posti di blocco con agenti armati molto bene e bande chiodate a terra. Non hanno il viso annoiato come in Cameroon, sono vigili ed attenti e dall’aspetto molto deciso.
Entriamo nel parcheggio dell’hotel, meno male mi dico a voce alta. La struttura è gigantesca, un po’ come l’Ergife di Roma, questa sera si dormirà bene. Ma come entro mi prende un colpo. Luce quasi zero, arredo fatiscente, ascensore non funzionante e corridoi come quelli del Policlinico Umberto I. Salgo al terzo piano con un tizio che vuole per forza strapparmi la valigia dalle mani e mi apre la stanza 342. Anche nella stanza non c’è luce, solo una lampadina da 3 watt, niente aria condizionata e niente luce al bagno. Ed è meglio. La moquette a terra è mezza divelta, sporca, nel frigorifero ci sono degli animaletti tipo scarafaggi ma più piccoli, puzza ovunque, zanzare…altro che insetticida o permetrina, qui ci vorrebbe un chilo di tritolo per bonificare la stanza. Il bagno è inutilizzabile, insomma uno schifo totale. Scendo nella hall e sentiti gli altri del gruppo rinuncio a lamentarmi con la direzione. Il ristorante è un capitolo a parte: arredo come la stanza e piatto unico: pollo con salsa piccante, ma piccante da mangiatore di fuoco. Dopo tutti questi km e sotto il sole a quasi 50° speravo in qualcosa di più confortevole. Pazienza, c’est l’Afrique!
Torno in camera ed entro nella vasca da bagno con tutte le scarpe. L’acqua fredda è come quella calda, 40°, niente asciugamani ovviamente, ma riesco a lavarmi.
Mi metto a scrivere un pochino, ogni tanto faccio fuori una zanzara mentre lascio vivere gli scarafaggi, mi fa ribrezzo pestarli.
Non so come mettermi a letto, scelgo alla fine vestito e coperto con il mio accappatoio, non si sa mai. Notte da incubo.
 
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