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20 marzo 2009 PDF Stampa E-mail
Alle 6.00 siamo tutti pronti.
La nostra scorta è già nel piazzale del parcheggio e dopo una colazione nel ristorante fantasma con latte condensato e nescafè puntiamo a Kano, 600 e rotti km.
C’è da fare benzina e scopriamo che trovare carburante è una grande difficoltà. Ci sono decine e decine di aree di servizio dismesse e le poche funzionanti hanno una fila interminabile. Strano, mi domando, la Nigeria è un grande produttore di petrolio, perché mai questa situazione?
Con l’aiuto della scorta facciamo il pieno e partiamo. La strada non è male, riusciamo a mantenere una buona media, un paio di tappe così e riusciremo a recuperare il tempo perso. Il furgone va bene, la riparazione a Garoua sembra tenere e siamo tutti più ottimisti.
La vegetazione è rada, i baobab sono sparsi qua e la, il caldo comincia a salire.
I villaggi che attraversiamo sono diversi da quelli in Camerun. Sono più ordinati, meno capanne e più abitazioni in mattoni, insomma sembra che in Nigeria gli indigeni se la passino un poco meglio.
Anche qui veniamo salutati al nostro passaggio e durante le soste siamo letteralmente assaliti dalla folla. Davanti ad una scuola ci fermiamo per un secondo rifornimento e veniamo circondati da centinaia di bambini che vogliono stringerci la mano. Ma diventano sempre di più fino a quando dei ragazzi più grandi armati di bastoni li cacciano via malamente.
Ci sono molti ragazzini poverissimi, vestiti con i brandelli di quello che rimane dei loro pantaloni e maglie. Chiedono qualcosa da mangiare e gli offro dei biscotti, ma mi si tuffano addosso strappandomi tutto dalle mani. Che esperienza. Tutti questi bambini hanno una ciotola in mano. Mi spiegheranno poi che oggi, essendo venerdì, è il giorno dell’elemosina e sperano di raccogliere qualcosa per mangiare. Sono quasi tutti abbandonati e trovano rifugio nelle scuole coraniche o presso gli Alagi. Gli Alagi, che in lingua vuole dire pellegrino, sono delle persone facoltose  che hanno avuto la possibilità di visitare la Mecca e che solitamente hanno rapporti commerciali o fanno businnes con i paesi arabi.
Continuiamo la nostra corsa verso Kano, la media è buona, arriveremo nel primo pomeriggio.
Ci fermiamo a mangiare. A mangiare… si fa per dire. Mi tocca una Simmenthal bollente con delle fette biscottate disintegrate. Ci metto insieme dei biscotti oro saiwa e il tutto finisce con un caffè, almeno quello buono.
Alle 16.00 siamo a Kano. L’hotel è il France, prenotato dal nostro connazionale Yoris che vive e lavora qui da una vita. Due giorni fa’ ha anche sdoganato la moto di Tommaso, una gatta in meno da pelare per noi.
Facciamo manutenzione alle moto Iveco e Subaru, ricarichiamo per bene le radio e le lampade e pianifichiamo la strada per domani. Se riuscissimo a mettere insieme due tappe avremmo recuperato tutti i giorni persi. Si vedrà, molto dipende dalle strade.
Mi telefona Yoris e mi chiede se abbiamo voglia di partecipare ad una cena della comunità italiana a Kano. Certo che si, rispondo, e l’appuntamento è per le 20.00, ristorante cinese, a Kano…
Vengono a prenderci i nostri “paesani” con tre macchine. Il ristorante è vicino ma preferiscono non andare a piedi. A tavola siamo circa 30. Non sono molti gli italiani in questa regione della Nigeria, ma quei pochi si frequentano assiduamente. Yoris è il “capo maglia” e cioè la persona a cui far riferimento nei momenti di bisogno.
A tavola si parla molto dell’Italia e della Nigeria. Molti degli italiani presenti sono a Kano anche da 40 anni e due ci sono addirittura nati.
La vita qui non è facile, la corruzione è altissima dicono, ma ci si abitua. C’è molta violenza e gli scontri tribali o di religione nascondono sempre interessi privati, come la tristemente famosa guerra civile del Biafra.
La persona che siede accanto a me mi fa una marea di domande su Roma, sul calcio, sulla politica.
La cena non è niente male, un ottimo cibo cinese e dopo giorni e giorni di simmenthal e biscotti non mi sembra vero. E le bibite finalmente ghiacciate….
Ci chiedono info sul nostro itinerario e quando gli accenniamo la strada che abbiamo intenzione di percorrere domani fanno una faccia strana. E già, proprio ieri, sulla via che porta a Zaria c’è stato un attacco ad un convoglio della polizia ed uccisi 6 agenti e due funzionari. E’ stato subito effettuato un grande rastrellamento nella zona e sono stati individuati ed abbattuti due terroristi. Forse è il caso di cambiare strada???
E così è. Con il loro aiuto studiamo una via a nord verso Katsina e poi per la frontiera di Jibia in Niger. Con questo itinerario riusciremo a risparmiare anche un giorno di marcia e, strano a dirlo, arriveremo a Niamey con un giorno di anticipo.
Tutto sembra mettersi bene. Maurizio nel frattempo mi manda un sms che è appena atterrato nella capitale nigerina con i nostri ricambi, il ruolino di marcia è in ordine, non resta che andare a riposare.
Salutiamo tutti gli amici che ci hanno ospitato e torniamo al nostro hotel. La luce è irregolare, va e viene, anche l’acqua arriva a tratti. Un paese ricchissimo ma con una organizzazione precaria ed infrastrutture poverissime. Palazzi e uffici di qualunque natura è come se non avessero mai ricevuto alcuna manutenzione nel corso degli anni. Tutto lasciato andare.
 
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