Oggi si entra in Burkina-Faso.
Tutti puntuali a colazione, anche Susy e Casimiro che torneranno in Italia con il volo delle 23.30. C’è un po’ di agitazione perché Giuseppina non trova il suo portafoglio. Lo aveva ieri sera nel giardino dell’albergo ma non ricorda poi dove può averlo lasciato. Controlla tutte le valigie, la moto, borse e giacche ma niente. Nel frattempo la nostra scorta era pronta davanti all’ingresso ed allora suggerisco a Giuseppina di dire alla reception che se non saltava fuori la “lasagna” si sarebbe rivolta alla polizia. In un batter d’occhio ecco una persona del servizio arrivare con il suo borsello e con tutti i soldi che aveva lasciato. Seconda botta di fortuna!!!
Nel frattempo pago il mio conto e mi accorgo che i miei cari compagni di viaggio per tre giorni hanno addebitato pranzi cene e colazioni sulla mia stanza. Che carini, mi dicono che lo hanno fatto solo perché non sapevano come dividere la spesa….
Salgo in moto e questa volta sono io che mi accorgo di non avere il cellulare. Torno in stanza e cerco ovunque, nulla, sembra scomparso, ma poi è sempre un inserviente che lo trova sotto il cuscino. Classico.
Usciamo dalla città rapidamente, c’è già un gran via và di persone a piedi nelle strade. Attraversiamo il fiume Niger e siamo fuori dal centro. Per la frontiera sono poco più di 100 km, la strada è perfetta, arriveremo molto presto.
Il paesaggio è monotono, rari alberi sparpagliati qua e la, cespugli, rovi. Qualche baobab con nidi giganteschi, per il resto sabbia e polvere.
La massima attenzione è da dedicare sempre alle capre, presenti in grandissimi numeri in tutti i paesi attraversati fino ad ora, agli asini, anche questi presenti in grande percentuale e alle mucche. Passeggiano sull’asfalto tranquillamente e sono un reale pericolo per la circolazione.
Villaggio dopo villaggio arriviamo alla frontiera di Kantchari, un posto sperduto nella savana. Il controllo dei passaporti è veloce ma dobbiamo insistere per farci timbrare i carnet. Come avevo detto all’inizio si perde tanto tempo e soldi per farli fare dall’ACI e poi quando sei in viaggio nessuno te li chiede.
Il Commissario del posto di polizia ci saluta calorosamente e usciti dal piazzale dove eravamo parcheggiati ci inoltriamo nella terra di nessuno che in questa frontiera sono circa 10 kilometri.
Foto ricordo al cartello”benvenuti in Burkina-Faso” e stop al controllo immigrazione. L’ufficio è un vecchia casa ad un piano, fatiscente come tutti quelli visitati fino ad ora, ma il controllo e timbri sono veloci. I poliziotti ci fanno accomodare su delle panche sotto un patio molto rustico, sono appena le 9.00(in Burkina abbiamo dovuto mettere le lancette dell’orologio indietro di un ora) ma già si suda da morire. E’ come se ci fosse un tizio che a tempo ti accende un mega ventilatore di aria bollente e non sai dove andare a nasconderti.
Risaliamo in moto e ci fermiamo di nuovo in dogana. Qui ci accompagnano dal gran Capo che ci informa che il carnet loro non lo riconoscono, contrariamente a quello segnalato dalla Farnesina e dall’ACI, che ce lo timbreranno solo per cortesia e che dobbiamo fare un altro tipo di documento d’ingresso che va pagato.
E va bene. I doganieri si mettono al lavoro e riempiono una serie di fogli verdi e poi un librone per la quietanza. Ogni mezzo paga 5000 CFA, poco più di 7 euro.
Inizia la nostra corsa verso la tappa prevista, Fada-Ngourma. Siamo senza scorta e c’è un motivo: alla richiesta inoltrata dalle nostre autorità, il Burkina ha risposto che per questo tipo di servizio occorrevano 5000 euro per organizzare una sicurezza. Per soli 4 giorni ed una percorrenza di neanche mille chilometri ci è sembrato esagerato e se consideriamo anche la differenza del costo della vita viene fuori una richiesta folle.
La strada è tranquilla, più che tranquilla deserta. Il traffico pesante e passeggeri è quasi zero, quello privato zero. Come se non esistessero automobili. Il costo della benzina è come in Italia e forse questa è la causa del fenomeno. Per noi va bene, neanche sono le 12 ed abbiamo raggiunto la tappa prevista. Ci fermiamo per fare uno spuntino e mi tocca la solita simmenthal a 45°, uno schifo unico. Su tutto il percorso non troviamo un posto riparato dal sole, solo sterpaglia e piccoli arbusti. Il sole picchia fortissimo e chi oggi ha dimenticato i guanti ha le mani rosso fuoco. Mentre Gianmario parcheggia l’Iveco mi accorgo che il mezzo ha una importante perdita di liquido dal vano motore. Un tuffo al cuore. Apro subito il cofano e mi accorgo che il liquido era gasolio che schizzava dal filtro della nafta. Non voglio pensare al peggio. Lo smontiamo, lo controlliamo e lo rimontiamo. Forse il problema era soltanto l’elemento lento per le forti vibrazioni e dopo una bella stretta di Roberto la perdita scompare.
Vista l’ora decidiamo di puntare direttamente alla capitale, Ouaga (così viene chiamata qui), ma effettuando più soste. Il caldo è impressionante, forse è questo il posto dove stiamo soffrendo di più.
I villaggi sono molto ordinati, direi anche puliti ed a proposito della pulizia è la plastica, i sacchetti di plastica, il rifiuto urbano che dall’inizio del nostro tour vediamo insudiciare i villaggi e le campagne circostanti.
La densità della popolazione qui non è molto alta, non ci sono capanne disseminate qua e là, sono invece delimitate in piccoli campi circondate da muri di cinta. Sulla carta il Burkina è uno degli stati più poveri ma a vederlo non sembra. Strade perfette, segnaletica ordinata ed addirittura i semafori, banche ed uffici postali nei villaggi.
Il controllo da parte della polizia del territorio è scarso, usciti dalla dogana al mattino siamo stati fermati una volta dalla gendarmeria, che ha registrato i nostri nomi, poi più nulla.
Di tanto in tanto troviamo i “caselli” per il pedaggio, ma anche in questo caso abbiamo pagato una sola volta all’ingresso, 400 CFA le moto ed 800 il furgone per poter arrivare a Ouaga.
Ci fermiamo alcune volte per fare delle riprese e delle foto nei pressi di ponti o piccoli laghetti. In questi specchi d’acqua vi troviamo decine di persone che fanno il bagno nudi o lavano la biancheria. Questa viene poi messa ad asciugare in terra sulla sabbia o, dove c’è, sull’erba.
Teniamo una media di 100 km orari sulla strada deserta rallentando a meno della metà nei pressi dei centri abitati. Anche qui le persone al nostro passaggio si sbracciano per salutarci, una cordialità inaspettata.
Ultima sosta a 100 km dalla capitale in un piccolo paesino. Vengo attirato da un grande albero che fa una grande ombra e da un chiosco di bibite che sembra ben fornito.
Sediamo in circolo e ci spariamo coca cola ed aranciata a volontà. Sono le 16.00 ma i gradi sono costantemente 40. Per Maurizio è il battesimo del viaggio ed ammette che non credeva di poter soffrire così il caldo.
Prima di entrare a Ouaga facciamo benzina e contattiamo i responsabili di Shalom, un’associazione italiana che promuove adozioni a distanza. La conoscenza è di Tommaso che lo scorso anno ha adottato una bambina della comunità di Leò che nei prossimi giorni vorremmo andare a visitare. Per loro abbiamo conservato penne e quaderni ed altri piccoli doni.
Ci viene incontro Jonas, un ragazzo che lavora nella comunità e che ci conduce al centro di accoglienza della ONG che ci ospiterà per due giorni.
E’ una struttura molto efficiente, pulita e funziona tutto!!!
Provo subito la doccia, meravigliosa, e poi il letto che ha anche la predisposizione per montare la zanzariera. L’aria condizionata è ok e c’è anche il ristorante. Cosa si può volere di più in questa parte d’Africa?
La cena è alle 20.00, ma alle 19.30 siamo già seduti al tavolo impazienti. Dopo il “pranzo” di oggi la fame si fa sentire. Stanno cucinando gli spaghetti al pomodoro, per secondo pollo e contorno di fagiolini e patatine. E c’è anche la frutta. Una meraviglia.
A tavola gli argomenti sono i soliti, la BMW se è meglio o no della Honda, come dividere le prossime tappe (Tommaso ha l’aereo il 4 da Dakar mentre il nostro arrivo è previsto per il 5 di aprile) ma c’è un argomento che ricorre sempre con la stessa forte intensità: la tappa sconvolgente da Banyo a Tibati. Non so se si potrà mai cancellare dai nostri ricordi, so soltanto che il solo pensiero mi fa sudare e sentire la polvere in bocca. Quei 115 chilometri di terra ondulè e fech-fech chi può dimenticarli?