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29 marzo 2009 PDF Stampa E-mail
La sveglia squilla alle 5.00, vogliamo anche oggi fare più chilometri possibili. Abbiamo da attraversare la frontiera con il Mali ed andare a San per poi spostarci a Djenne per visitare la Moschea.
Partiamo puntualissimi dopo aver controllato e fasciato la scatola filtro del furgone e senza fare colazione. Ci scorta il tizio dell’Interpol di ieri e prima di uscire dalla città facciamo rifornimento.
La strada che ci conduce verso la frontiera attraversa dei campi coltivati a riso e frumento. Credo che in questo posto ci sia acqua in abbondanza in quanto il verde delle coltivazioni è molto rigoglioso e “dura” per molti chilometri. Superiamo una fila interminabile di carretti tirati da somari e condotti da bambini o donne. Sono tutti contadini che lavorano nei campi e trasportano il raccolto in paese. Donne e bambini, in questa parte d’Africa si vedono lavorare solo loro, ma gli uomini cosa fanno??? La donna specialmente è ovunque, nei campi, nella savana, nel deserto, sempre con grandi ceste sulla testa. E poi nei villaggi è lì che lavora davanti la capanna, che macina il miglio o che vende il mango, oppure in bicicletta che si sposta da un villaggio all’altro spesso con il suo piccolo legato dietro la schiena. Sono instancabili lavoratrici e se consideriamo poi le condizioni in cui fanno tutto questo mi vengono i brividi.
Dopo poco più di un ora arriviamo al controllo della dogana del Burkina. Troviamo una persona che si mostra subito molto scontrosa e mal disposta nei nostri confronti. Daniele che aveva fatto delle riprese con la telecamera viene ripreso bruscamente ed il doganiere gli fa anche una morale molto lunga e noiosa su noi bianchi che pensiamo di fare e comprare tutto quello che vogliamo. Ci prendiamo la cazziata senza battere ciglio, non è il caso di replicare. Poi aggiunge un'altra novità e cioè si rifiuta di firmare e timbrare l’uscita sui carnet de passage dal paese. Gli chiedo il motivo, dato che in entrata i suoi colleghi lo avevano fatto, ma lui risponde che non gliene frega nulla e di andarcene al più presto. Va bene, superiamo la sbarra e passiamo all’immigrazione. Qui l’aria è completamente diversa, i poliziotti sono gentili ed educati, i invitano a sedere e sono loro a timbrare l’uscita sul nostro documento.
Altri 3 km e siamo all’immigrazione del Mali. Già inizia a fare caldo. Troviamo gli agenti seduti all’ombra di un albero. Ci invitano a sedere con loro e per far posto a tutti vanno a prendere un'altra panca. Dobbiamo riempire un form e poi scambiamo quattro chiacchiere col poliziotto che vorrebbe tanto venire in Italia.
Ripartiamo nuovamente ma altri 5 km e troviamo la dogana. Qui ci invitano ad entrare per un controllo dei mezzi e ci chiedono il carnet da timbrare. Cosa strana, il Mali non aderisce alla convenzione ma ci chiede il carnet, il Burkina che dovrebbe aderire non lo vuole, in Niger ce lo ha timbrato per cortesia….e allora ho ragione io che sono solo soldi spesi male! E poi nessuno dico nessuno è mai uscito dal suo ufficio per controllare almeno una targa.
Proseguiamo qualche km e ci fermiamo per fare la colazione. Fette biscottate e marmellata ed un buon caffè.
Il posto è però pieno di mosche che non ti danno tregua. Si avvicinano due donne dal villaggio vicino, hanno due bambini in braccio. Regaliamo loro dei biscotti, delle matite e dell’orzo: non è semplice spiegargli come lo devono preparare.
Riprendiamo la marcia fino al bivio per San. Abbiamo due possibilità: o andare a destra per 115 km su una strada mal messa o fare un altro giro con una strada più comoda ma che raddoppia il chilometraggio. Scegliamo la prima nella speranza di non trovare troppe buche. Il furgone è al limite e non sappiamo quanta strada sconnessa potrà ancora sopportare. Siamo senza ammortizzatori posteriori e la cassa filtro è pericolante.
All’inizio troviamo un buon asfalto ma via via peggiora fino a diventare impraticabile. Con le moto è più facile andare avanti, l’Iveco invece perde terreno e rimane indietro fino a scomparire. Chiamo via radio ma nessuno mi risponde e con Tommaso decido di andare a vedere se è tutto a posto. Da lontano vedo il furgone blu fermo sulla destra con il cofano aperto, cavolo esclamo dentro di me, speriamo non sia nulla di grave.
Cavalletto la moto e mi avvicino al Picozzi che è con la testa nel cofano: morto mi dice, non parte più!!! Mi si gela il sangue. Ma come, chiedo, cosa è successo???? L’imprevedibile risponde. La cassa filtro si è spostata dalla sede e si è rotto il tubo del lavavetri e l’acqua è caduta nel condotto dell’aspirazione del turbo. Neanche a prepararla nei dettagli una cosa del genere si sarebbe potuta verificare. Roberto aveva infatti legato la cassa filtro con un ragno ma non gli aveva dato la giusta inclinazione così la cassa si è spostata tutta a destra lasciando entrare l’acqua proveniente dalla vasca del tergivetro. Sembra un film. Ed ora??? Che sarà successo??
Chiamo subito il nostro meccanico dell’Iveco a Orte che era intento a guardare la SuperBike. Cosa, mi risponde, l’acqua nel turbo?? E’ un casino, bene che vi è andata si è scavallata la cinghia ed il mezzo è fuori fase. Dovete smontare radiatore e carter e trovare i punti della fase. Non crediamo di avere una competenza tale e stiamo un po’ a guardarci intorno, siamo in pieno deserto e la città più vicina è a 50 km sud e 70 km nord.
Con il telefono è difficile chiamare e sono costretto a montare il satellitare. Provo a fare un'altra telefonata per un altro parere. Ma il satellitare è scarico e così lo collego con lo spinotto alla presa accendisigari della mia moto. Lo spinotto si incendia, forse per un corto circuito, ma non me la prendo più di tanto…
Passa qualche minuto ed ecco squillare il mio satellitare che nel frattempo avevo collegato ad un'altra presa, ed è il nostro meccanico, sempre da Orte, che mi chiede di fare alcune operazioni sul mezzo: smonta l’intercooler e verifica se c’è l’acqua dentro- non c’è, controlla se fa un rumore metallico nella messa in moto- nessuno, prova a vedere se la pompa della nafta gira- non gira!!! Allora forse siete fortunati, aggiunge. Controlliamo così la scatola dei fusibili e notiamo che un relè si è staccato dalla sede, ed è proprio quello della pompa nafta. Lo inserisco, giro la chiave ed il motore si avvia. Alleluja.
Sistemiamo alla meglio la cassa filtro che potrebbe dare noie serie e ripartiamo.
La strada dopo circa 20 km migliora ed arrivare a San è un attimo.
Al controllo di polizia del paese veniamo fermati da un agente che ci informa che una macchina con dei poliziotti ci sta venendo a prendere per portarci in hotel. Siamo fermi al bivio della strada che porta alla Moschea.
Io con Decibello e Riccardo non ce la sentiamo di farci altri 250 km per Djenne e così ci dividiamo: noi tre con il furgone e due moto andiamo con i nostri colleghi locali a prendere le stanze all’albergo Teriya mentre tutti gli altri si dirigono sulla nazionale nord per andare a visitare la Moschea. Rimboccano carburante dalle taniche di riserva, non troveranno benzinai sul percorso, e si incamminano. Non li invidio neanche un po’: sono sudato all’inverosimile e sogno solo di fare una doccia.
L’albergo non è niente male, le stanze comode e climatizzate a solo 30.000 CFA.
Dopo la doccia, con Riccardo cerchiamo di sistemare la cassa filtro: ora è stretta con una cinghia a cricchetto e con il solito ragno, ha solo bisogno di silicone per poter chiudere le aspirazioni dirette alla base del filtro.
Comunque andrà a finire il nostro Iveco Daily si è dimostrato un mostro di resistenza ed affidabilità. Nel cofano motore non ha quasi più nessun filo collegato, nessun sensore è più al suo posto e tutte le spie di sicurezza sono saltate, ma lui continua ad andare imperterrito, come se la nostra sfida con l’Africa fosse anche la sua.
Sono le 17.00 quando con Daniele ordiniamo qualcosa da mangiare: ci dicono che il pollo alla griglia è la specialità della casa e noi non possiamo non provare questo piatto tipico!!! 
Riposiamo fino a verso le 20.00. Non ho ancora notizie del gruppo che si è diretto alla Moschea e mi comincio a preoccupare.
La strada per la Moschea non è facile, ci sono 150 km per arrivare, un breve sterrato e poi bisogna traghettare i mezzi sul fiume Niger con una chiatta.
Inizio a telefonare un po’ a tutti, ma nessuno risponde. Invio anche molti sms, niente. Sono le 21.00 quando a piedi esco dall’hotel e mi avvio sulla strada principale. Ogni tanto riprovo a chiamare, i cellulari squillano ma nessuno risponde. Solo dopo circa un'altra mezz’ora in lontananza vedo una fila di luci venirmi incontro, non ho dubbi, sono loro.
E’ stata dura mi dicono, abbiamo impiegato molto più tempo del previsto ma ne valeva la pena. Mi lamento con loro solo perché potevano almeno mandarmi un messaggio per tranquillizzarmi,  viaggiare col buio comporta sempre dei rischi.
Riccardo nel frattempo ha preparato una pasta: ci hanno consentito di adoperare la loro cucina e ne abbiamo approfittato. Il gas però è finito e bisogna preparare il sugo e tutto il resto su dei braceri in giardino, alla vecchia maniera.
Il risultato è però ottimo, oppure è sempre la fame che è tanta???
 
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