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2 aprile 2009 PDF Stampa E-mail
Alle 6.30 siamo tutti a colazione nella grande sala ristorante dell’hotel, ma le due persone preposte a servire sono lentissime. Latte in polvere, nescafè, pane duro, burro congelato e confettura di non so cosa.
Anche pagare le camere ha i suoi tempi lunghissimi, specialmente se si attende il resto. Giose fa benzina all’Africa Twin e partiamo, 105 kilometri alla frontiera di Kindira.
La strada è ottima e giungiamo alla primo posto di polizia dell’immigrazione maliana alle 8.30. Ci sono diverse persone in attesa, cerco di fare il furbo con un paio di bonjour, ma il poliziotto non ci casca e mi rimette in fila. Quando è il mio turno mi fa un po’ di domande, da dove arriviamo, dove andiamo, quanti siamo… Gli dico che siamo colleghi e lui mi chiede se abbiamo l’autorizzazione. Di cosa rispondo?? Lui mi parla di un foglio di servizio ed allora io gli ribatto che non c’è bisogno di alcun ordine di servizio per turismo. Si ammorbidisce un attimo e mi chiede per timbrare il passaporto mille CFA a testa, esclusi i tre poliziotti. Gianmario che è con me prova a chiedere quale è il motivo, lui risponde è così e basta. Cerchiamo di non irritarlo. Vuole la lista completa delle persone e controllati i passaporti li timbra. Pare non chiederci nulla, noi facciamo finta di niente ma mentre stiamo per lasciare l’ufficio lo sentiamo strillare “monsieur cadeaux por moi”!!!! Gianmario gli mette sul tavolo 4000 CFA, contro gli 8000 richiesti, e lui accetta con un bel sorriso.
Un kilometro ed eccoci in dogana maliana. Gianmario va da solo a timbrare i carnet, dieci minuti per fare tutto, anche qui non hanno neanche voluto vedere i mezzi.
Attraversiamo un ponte che delimita i due stati, Mali e Senegal. Al di sotto scorre un fiume, il letto è molto grande , ma il passaggio d’acqua è scarso. Decine di persone si stanno facendo il bagno, altri lavano degli indumenti ed una piccola mandria di mucche si abbevera serenamente.
Siamo assaliti da decine di bambini che cercano il cadeaux e così risaliamo in moto per fare sosta subito dopo aver superato la dogana senegalese. Qui troviamo un grande patio e molte persone in attesa: alcune sono sdraiate su materassini di gommapiuma, altre su panche o sdraio. Ci sono diverse mamme che allattano i loro piccoli, insomma tutto sembra tranne che un posto di dogana.
Ci viene incontro un tizio con una camicia a fiori stile Miami Vice, e ci accompagna dal capo posto. Anche qui le solite domande di rito ma sono concreti, si mettono subito al lavoro per compilare le schede di ingresso dei mezzi.
Passaporti, numeri di telaio, targhe, e scopro di aver inserito sulla lista dei mezzi lo stesso numero di chassis sia sulla mia moto che quella di Roberto, il sabotatore. Il doganiere per sicurezza vuole controllare i libretti di tutti i mezzi, ma ciononostante dopo un ora ne siamo fuori. Costo dell’operazione 2500 CFA a mezzo, la metà esatta del costo d’ingresso in Burkina.
Ora manca l’immigrazione, cioè la polizia di frontiera, ma il comando dov’è?? Non è sulla strada e ce lo dobbiamo cercare lungo le vie del paesino chiedendo qua e là. Lo troviamo al margine est del villaggio. Entro nell’ufficio e trovo due agenti indaffarati a controllare alcuni passaporti. Il solito bon jour, ma anche questi non hanno un viso ben disposto. Mi chiedono subito la lista delle persone, timbrano velocemente l’ingresso sul documento e ce li restituiscono senza dire una parola.
Si risale in moto e tappa verso Tambacounda. Ottima la strada, tanto il caldo. Sosta per benzina e pranzo. Stazioniamo in un locale vuoto adiacente un gommista, non c’è altro per ripararsi dal sole. Siamo subito sommersi da decine e decine di bambini, chi vende bibite e noccioline e chi vuole il cadeaux. Fermi il tempo necessario e ci rimettiamo in marcia.
Le case dei villaggi lungo la strada tornano ad essere in mattoni di fango con tetto in paglia recintati da palizzate costituite da tronchi di alberi.
La strada invece è meno monotona, una curva dopo l’altra con salite e discese e solo raramente troviamo delle grandi buche sull’asfalto.
Il furgone tiene bene il passo e fortunatamente non consuma più acqua, il turafalle ha funzionato bene. Solo poco più di 700 km a Dakar, ci arriveremo anche spingendolo!!!!
Un'altra sosta all’ombra di un piccolo alberello, siamo in anticipo sulla tabella di marcia e ce la prendiamo comoda.
Maribel soffre il caldo più di tutti, forse il suo abbigliamento moto non è idoneo a questo clima spietato.
I camionisti in transito ci salutano suonando le trombe dei loro enormi veicoli e agitando vistosamente le braccia: la cordialità, la disponibilità e l’accoglienza delle persone di tutti i paesi attraversati fino ad ora è stata unica. Io personalmente non me lo aspettavo. Solo a leggere gli avvisi di sicurezza della Farnesina bisognerebbe stare lontani da questi posti anni luce, poi invece arrivi e ti accorgi che è tutto diverso da come te lo avevano disegnato.
Di nuovo in sella, ma è l’ora più disumana per viaggiare. Arriviamo a Tambacounda che sono le 15 circa e ci fermiamo per bere. Anche qui siamo subito accerchiati da una folla insistente di bambini tanto che ripartiamo subito per fermarci ad una aerea di servizio.
Mentre facciamo rifornimento decidiamo di continuare ancora per altri cento km almeno, non siamo ancora stanchissimi e comunque sarà strada in meno da fare domani.
La carreggiata è perfetta, nuovissima, anche questa finanziata dalla CE, ma solo per altri 100 km. Una deviazione ci indirizza su uno sterrato ed è di nuovo l’inferno. Fino a Dakar, o quasi ci dicono, la strada sarà così, sterrato e buche. Si balla sull’ondulè ma evitare per fortuna i tratti di sabbia sono rari e si possono facilmente aggirare.
Mi fermo a controllare lo stato del furgone, sembra tutto ok, il livello dell’acqua è giusto e la cassa filtro è al suo posto.
Il primo albergo è a 50 km, si comincia a soffrire. Basta poco per ricordare la Banyo-Tibati, siamo preoccupati. La polvere è ovunque e le nostre tute sono di nuovo sporche. Ci fermiamo nei pressi di un villaggio a bere quando il Sabotatore si accorge che qualcosa pende dal vano motore dell’Iveco: si è rotto il supporto metallico che dal telaio va al paraurti ed il barilotto dell’aria dei freni balla a testa in giù. Quest’altra non ci voleva ma ora siamo diventati molto pratici: via il supporto metallico con le trombe attaccate e fascettiamo il barilotto alla pompa dei freni facendo attenzione a non strozzare i condotti dell’aria e ripartiamo come se nulla fosse.
Ancora poca strada e finalmente siamo al villaggio di Koungheul. Un piccolo alberghetto ma con tutti i servizi, parcheggio per le moto e c’è anche internet.
Il proprietario ci da il permesso per cucinare, sicuramente l’ultima pasta che Giuseppina ci regala.
 
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