MediaMente.biz
 
Home
Associazione
Missioni
Parlano di noi
Gallerie Fotografiche
Diari di bordo
Sponsor
Contatti
Cerca nel sito
----------------------------------------
FOTO "Africa Sedicimila"
DIARIO "Africa Sedicimila"
VIDEO PROMO
Newsletter






METEO IN TEMPO REALE
Europa
Africa Settentrionale
Africa Meridionale
USA
Sud America - Area NORD
Sud America - Area SUD
English
Français
Deutsch
Español
----------------------------------------
Home
   
3 aprile 2009 PDF Stampa E-mail
Oggi è il grande giorno, ma abbiamo paura a dircelo.
360 km ci separano da Dakar, ma le incognite importanti sono due: la pista e le condizioni del furgone.
Facciamo colazione nel cortile dell’hotel ma purtroppo niente caffè, le piccole bombole di gas sono terminate.
Molto lentamente prepariamo i mezzi, nessuno ha voglia di prendere per primo lo sterrato che è già trafficato e secondo Mohamed, il proprietario dell’albergo, ci sono altri 160 km circa di fuoristrada.
Accendiamo i motori ed andiamo. La strada è stata “grattata”, quindi percorriamo un misto di sassi, sabbia e ondulè, che ti trasmette tante di quelle vibrazioni che ti staccano le mani dal manubrio e ti fanno saltare le capsule dei denti, dice il Sabotatore.
Lateralmente abbiamo l’alternativa di una pista ma ha troppa sabbia ed i nostri pneumatici sono quasi a zero e controllare la moto su quei tratti è impossibile.
Con le moto ci fermiamo ogni 15 km ad attendere e controllare lo stato del furgone che da ieri ha preso a fare un altro rumore metallico di attrito. Controllato più volte non riusciamo ad individuare la provenienza, forse il mozzo anteriore destro.
Ai secondi 15 km iniziano le deviazioni obbligatorie su pista, bisogna fare attenzione ma si può aumentare delicatamente la velocità. Siamo a 40 km percorsi quando dalla pista laterale si scorge l’asfalto già completato sulla carreggiata ma cartelli stradali ne impediscono il transito. Ci fermiamo, ci guardiamo un attimo e….percorrendo un breve sterrato in sabbia saliamo sulla corsia centrale. E’ perfetta e cerchiamo di guadagnare più kilometri possibili. Come notiamo in lontananza delle persone al lavoro sulla strada rientriamo in pista per poi risalire nuovamente sull’asfalto dopo averli superati. Qualche operaio si arrabbia mentre altri ci salutano. Per noi ogni metro d’asfalto guadagnato è oro e andremo avanti così per altri 100 km. Il furgone invece ha meno problemi viaggiando sulla pista laterale ed addirittura guadagna strada davanti a noi.
Finalmente terminano i lavori in corso e davanti a noi solo asfalto, non in ottime condizioni ma è solo asfalto.
Siamo a metà strada per Dakar, i nostri cuori iniziano a battere più velocemente.
Effettuiamo alcune soste per la benzina ed iniziamo a vuotare le nostre taniche di riserva, dobbiamo arrivare al porto con meno benzina possibile nei serbatoi, è la condizione necessaria per stivare i mezzi nel container.
Kaolack, ultima grande città prima di Dakar. Un casino infernale. Ci fermiamo a fare rifornimento e veniamo assaliti da una schiera di “bambini cadeaux”. Ti vengono contro, ti spintonano, cercano di toglierti quello che hai dalle mani, ti bussano sulla schiena, sulle spalle, vogliono soldi, cibo….dobbiamo andarcene.
Abbiamo comprato alcune cose da mangiare per il pranzo ed ora cerchiamo un posticino tranquillo appena fuori il centro.
Troviamo dello spazio su una rotatoria, non sembra il massimo ma almeno non c’è nessuno nei dintorni.
Fa caldissimo e ci chiediamo quando inizierà a cambiare la temperatura in quanto Dakar gode di un clima molto più fresco.
Dal fondo del furgone sono saltate fuori altre due casse di simmenthal che al confronto di quella carne pressata locale sono autentiche “fiorentine”. Io la mangio naturale, c’è invece chi la mischia col formaggino, mais e fagioli.
Ci sono degli operari al lavoro in una casupola poco distante che ci prestano il loro fornello a carbone per tentare di fare un caffè, ma sarà inutile.
Arrivano alla chetichella due bambini che si mettono a frugare, senza disturbare, nella nostra busta dei rifiuti. Gli diamo della carne in scatola, biscotti, orzo ma a loro sembra interessare di più quella busta.
Risaliamo in moto malvolentieri, abbiamo altri 200 km a Dakar.
La strada si percorre senza difficoltà eccessive, solo qualche grande buca al centro della carreggiata che si evita senza problemi. Il furgone continua a sferragliare, non possiamo fare altro che sperare arrivi a destinazione.
Altri kilometri ed altra tappa. Ci fermiamo in un paesino per bere, ma sono le 14.15 ed i negozi sono tutti chiusi. Non ci va di continuare sotto il sole, abbiamo trovato un grande albero per ripararci e decidiamo di attendere l’orario di apertura. E’ come se volessimo gustare il nostro arrivo alla meta piano piano, metro dopo metro, non so spiegare bene, ma tutto abbiamo oggi tranne che la fretta.
100 a Dakar. Il traffico è ora intenso, molto intenso, camion ma anche traffico privato, si sente che ci stiamo avvicinando alla grande città.
Ma fa caldo ancora, il termometro segna 40°. Il navigatore mi segnala che stiamo per arrivare al mare ed ecco la città di Diessa. Incredibile, la temperatura in poche centinaia di metri scende da 40 a 30°, siamo vicinissimi alla spiaggia. Mi fermo su una piazzola di sosta a godermi quest’aria fresca e ad ammirare il mare meraviglioso. Siamo però solo 4 moto, Riccardo è avanti con Daniele, manca il furgone con Roberto e Tommaso.
40 km a Dakar, ce l’abbiamo quasi fatta, ma l’Iveco ci fa stare con il fiato sospeso fino all’ultimo, tarda ad arrivare. Dopo 30 minuti eccolo sbucare da dietro la curva e mi sento subito meglio. Si fermano anche loro nella piazzola ma non hanno belle facce: il furgone non va, mi dice Roberto, il rumore ora è diventato costante ed assordante ma non riesco a capire cos’è. Sono andato sotto il motore più volte ma non noto nulla di strano.
Chiamo il tecnico a Roma per chiedere info: se è il mozzo potete tirare ancora avanti, occhio però che se indurisce lo sterzo vuole dire che la ruota potrebbe piegarsi, mi informa.
Cavolo, dico tra me e me, siamo a un ora di strada che facciamo??? Decidiamo di tirare avanti fino alla fine, il da farsi lo vedremo all’occorrenza.
Da Diessa per entrare a Dakar è il panico totale: due corsie infernali per ogni senso di marcia disseminate da camion incidentati, guasti, parcheggiati al centro strada con i famosi pulmini taxi che slalomeggiano tra le auto senza la minima disciplina. Questi taxi sono veramente una follia, mezzi che dovevano essere demoliti almeno 10 anni fa, ad essere buoni, trasportano un numero imprecisato di persone che salgono e scendono in movimento rischiando di essere investiti dalle auto che seguono. Non hanno luci, finestrini, paraurti e sputano un fumo nero dallo scarico talmente intenso da togliere la visuale. E sono centinaia. E tutti così.
La polizia cerca di regolare il traffico negli incroci e sulle rotonde, ma è del tutto inutile. Si procede a passo d’uomo ed io sono sempre lì a controllare la ruota destra dell’Iveco.
Il mio navigatore mi da il centro città a 5 km… dai che forse ce la facciamo. Ad un certo punto il traffico come per magia scompare ed entriamo in tangenziale. Mi fermo più volte per chiedere del “Du Plateau”, l’hotel dove abbiamo prenotato, fino a quando un poliziotto mi da una indicazione dettagliata, siamo vicini.
Lascio la tangenziale ed entriamo in città, proseguo per la Corniche Ovest ed una altra via a scorrimento veloce mi porta a piazza Washington. Proprio sulla piazza il furgone perde un pezzo dal motore e si frena quasi a fermarsi, siamo a 50 metri dall’hotel.
A fatica Gianmario riesce a parcheggiarlo davanti all’albergo e Maurizio torna subito indietro a cercare il pezzo che ci siamo persi, ma non lo trova.
Decidiamo di rimandare i guai a domani e ci godiamo l’arrivo alla meta. Ce l’abbiamo fatta, evviva.
Parcheggiamo le moto e prendiamo i bagagli. Sono le 18.00 e per le 20.00 ci diamo appuntamento nella hall, si va a festeggiare.
Non credo di aver mai affrontato un viaggio così duro ed impegnativo ed è forse la prima volta che qualcuno, in itinere, ha pensato di rinunciare, di tornare indietro. Quando eravamo infossati e senza via d’uscita a Garoua, in Cameroon, lo sconforto ha pervaso lo spirito del gruppo, ma dentro di me sapevo che saremmo riusciti: la mia battuta fu “se siamo sopravvissuti alla Banyo-Tibati arriveremo a Dakar con la sigaretta in bocca”, ed anche se il seguito non è stato poi così semplice siamo comunque arrivati, e con un giorno di anticipo. Un gruppo forte e tenace, questo è il segreto del buono risultato.
Abbiamo vinto noi la sfida con l’Africa? Non credo, penso più in un pareggio. Abbiamo terminato il nostro tour ma abbiamo lasciato vittime sul campo: Susy e Celes feriti, seppur leggermente e la mia Subaru Forester completamente distrutta a Katsina, e poi il furgone, che oramai si regge solo grazie all’aiuto di cinghie e fascette.
L’albergo è dignitoso, il bagno è pulito e la doccia funziona, 40 euro a stanza non è molto a Dakar.
Alle 20.00 siamo puntuali nella hall. Ci indicano un ristorante poco distante, ma non lo troviamo e ci tuffiamo nella via principale. Camminare lungo le vie del centro è un tormento: venditori ambulanti e bambini cadeaux non ti danno tregua e scegliamo il ristorante più vicino per toglierci dalla strada.
Ma forse non è il locale giusto, sembra più un night, ma il cibo è discreto e dopo numerosi brindisi lasciamo il locale prima che inizi la musica dal vivo.

Tornare in albergo non è facile, siamo assediati dai soliti ambulanti, non rinunciano, non si arrendono, ci seguono fino al nostro ingresso al Du Plateau.

 
< Prec.   Pros. >
© 2006 info@motoforpeace.it
Concept design by MediaMente.biz media@mediamente.biz