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5 aprile 2009 PDF Stampa E-mail
Domenica.
Mi sveglio alla solita ora, purtroppo, ed alle 8.00 sono già a colazione. Nella hall c’è confusione, è arrivato un gruppo di spagnoli che fanno un baccano infernale.
Dopo non molto scendono via via tutti gli altri. La giornata è molto bella e con la nostra guida, un ragazzo locale che non ci lascia un attimo dal nostro arrivo, oggi visiteremo l’isola di Gorèe. L’isola è tristemente famosa in quanto era il luogo di partenza degli schiavi d’Africa alla fine del 1700 ed a testimonianza di ciò rimane la casa dove venivano tenuti prigionieri in attesa dell’imbarco ed un fortino.
Ci rechiamo al porto a piedi, una bella passeggiata di almeno un chilometro. Non possiamo sfuggire agli ambulanti ed ai bambini cadeaux fino a quando non ci chiudiamo nella sala d’attesa dell’imbarco.
Il costo del traghetto è di 5000 CFA per lo straniero, 2500 per l’africano e 1500 per il residente, cifre popolari. La partenza è prevista per le 11 ma saliamo a bordo solo per le 12.30 con un battello stracolmo, sicuramente più del consentito. Gli ambulanti già da sopra la nave ti invitano a visitare la loro bottega, mai visto un pressing così forte.
La traversata è breve, neanche mezz’ora ed attracchiamo all’unico pontile dell’isola. Per scendere ci mettiamo un’eternità, la folla si accalca sulla passerella e cerca l’uscita con violenti spintoni.
Esco sul pontile ed attendo gli altri, ma è un attimo, sono subito accerchiato dai primi venditori. E’ impressionante credetemi.
Prendiamo subito la strada per visitare la casa degli schiavi ma arriviamo che è l’ora di chiusura, riapre alle 14.30 e così ne approfittiamo per andare a mangiare qualcosa.
Scegliamo Chez TonTon, ristorantino consigliatoci da una persona conosciuta sulla nave, ed effettivamente mangiamo bene ad un buon prezzo: 7000 a testa. Anche a tavola però non ci salviamo dai venditori, si siedono accanto a te, ti mettono le cose sulla tavola, ti bussano di continuo sulle spalle, sulla schiena, cercano di capire la tua nazionalità in modo da tirare fuori qualche vocabolo in lingua, insomma una tortura.
Poi ci si avvicina un tizio e ci informa che sull’isola è vietato filmare pena una multa di 300.000 CFA. Chi sei tu, gli chiedo un po’ irritato, e lui mi tira fuori un tesserino del Comune di Gorèe che certifica che lui è un sorvegliante turistico. Va bene, rispondo, non filmiamo non preoccuparti e lui, con sguardo severo, mi risponde “ti tengo d’occhio”. Che bel posto che ci siamo scelti per passare una giornata tranquilla!
Terminato di mangiare andiamo a visitare la casa degli schiavi. Troviamo una lunga fila su ambo i lati della viuzza ma io che sono avanti faccio finta di nulla, passo al centro ed imbocco la porta d’ingresso che stava aprendo proprio in quel momento. Faccio i biglietti per Daniele, Giose e Decibello ed entriamo per primi.
La casa è composta da un cortile, celle sia a destra che di fronte che a sinistra e due scaloni centrali che portano al primo piano. Delle tabelle poste sulle celle indicano quelle per gli uomini, donne, bambini, momentaneamente non abili e poi c’è la stanza dove venivano “catalogati”, cioè visitati, pesati etc.
Il fabbricato è sulla riva del mare ed una porta sul retro da’ la possibilità di accedere direttamente ad uno scivolo per le barche.
Al primo piano vi è una grande sala dove sono esposti i ceppi che venivano adoperati per incatenare le braccia e le gambe degli schiavi e le armi adoperate in quel periodo.
Un quadro molto interessante che illustra a quale bassezza può arrivare per interesse l’essere umano. Portoghesi e francesi in quell’epoca hanno gestito la tratta dei negri in modo spietato e disumano.
Fuori nella via un monumento di uno schiavo che spezza le sue catene ai polsi abbracciato da una donna ricorda la fine di quella triste era, ma che tutto sia veramente finito, dopo quello che ho visto in questi 40 giorni, non ne sono del tutto sicuro.
Una visita alle botteghe artigianali del centro storico, cercando di dribblare questo e quell’ambulante e prendiamo la via del porticciolo. Il traghetto parte alle 16.30, c’è da aspettare quasi un’ora, sopravviveremo???
Si cominciano a far sotto venditori di tutte le specie e poi i ragazzini che ti controllano le scarpe, te le vogliono pulire, incollare, riparare. Uno di questi si accorge che la suola delle mie scarpe da ginnastica sono scollate ed insiste talmente tanto per aggiustarle che non posso rifiutare.
Con i pochi strumenti che ha si mette al lavoro ed in meno di dieci minuti me le riconsegna come nuove. La stessa cosa la fa con Giose, a lui addirittura il ragazzino interviene con ago, filo e pulizia della scarpa, un servizio completo per 2000 CFA.
Arriva il traghetto e per salire c’è l’arrembaggio. La temperatura è gradevole, fa fresco eh ho la prima sensazione di freddo da quando siamo in Africa.
Rientriamo in albergo circondati dai soliti ambulanti che non cessano di tentare la vendita in tutte le condizioni possibili e ci concediamo un pomeriggio di relax.
Per la cena scegliamo l’Imperial, un locale in Piazza Indipendenza consigliato dalla guida, ma non ne rimaniamo molto soddisfatti.
Mentre siamo a tavola ci viene a trovare Mamadou, il responsabile della Associazione senegalese di Voghera “Insieme” che attraverso il nostro gruppo ha organizzato l’invio di medicinali ad una comunità nei pressi di Thies, una piccola cittadina a nord-est di Dakar.
Mamadou ha abitato più di 20 anni nel nostro paese, è un valido tecnico informatico, parla benissimo l’italiano ed è stato anche impegnato politicamente nel comune di Voghera. Ora è tornato nella sua città ed ha messo in piedi un suo business ma non ha dimenticato i suoi connazionali all’estero con cui mantiene stretti rapporti. E’ arrivato in ritardo perché è stato ad una cerimonia, si è sposata la nipote, ma, ci spiega, per la religione musulmana al rito gli sposi non sono presenti, anzi uno è in Europa e l’altro in America.

Fissiamo una data per andare a visitare la scuola, ma abbiamo il problema di come trasportare il materiale da donare. Il guasto al cambio del furgone ha una riparazione provvisoria e non vogliamo rischiare di percorrere tutti quei chilometri col nostro mezzo: lo preghiamo così di venire al nostro hotel per caricare tutto sulla sua auto. Acconsente e così stipiamo nella sua Tucson medicinali ed alimenti fino a riempirla totalmente.

 
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